Fino a tre anni fa, la Colombia aveva una delle legislazioni sull’aborto più restrittive al mondo. Non vi era alcuna eccezione al divieto di abortire, neanche in caso di stupro.
Ogni anno si registrava una media di 450.000 aborti clandestini, ovvero la seconda causa di mortalità materna (il 23%) [dati delll’Inter-American Commission on Human Rights,1999].
Il processo legislativo che ha portato alla storica sentenza costituzionale nel 2022 che ha depenalizzato l’aborto, ha visto in prima linea i movimenti transfemministi, la cui lotta e la successiva vittoria è tangibile non solo su un piano legale, ma anche a livello sociale: hanno rivestito un ruolo cruciale nel creare dibattito sociale, nel trasformare il tessuto sociale, nel ricostruire il pensiero dell’opinione pubblica, affinché non fosse più “mal vista” la donna e la soggettività che intenda abortire.
La potenza dell’Onda verde, il cambiamento della composizione interna della Corte costituzionale (che si è mostrata ricettiva alle richieste dal basso, tanto da adottare un linguaggio inclusivo nella sentenza: “donne, ragazze e persone incinta”) e il ruolo dell’avvocatessa e attivista Monica Roa, la quale impugnò gli articoli del codice penale che incriminavano l’aborto, nel 2006 ha condotto a una sentenza storica (C-355): la Corte costituzionale della Colombia dichiara incostituzionale la criminalizzazione dell’aborto nei casi di abuso sessuale, rischio della vita della donna o del feto, malformazioni fetali.
Bisognerà aspettare altri sedici anni per arrivare alla depenalizzazione totale del reato di aborto. Facendo appello al diritto alla salute, alla dignità e all’uguaglianza, la Corte ha potuto affermare che “la Colombia ha fallito nel suo dovere di tutelare il diritto alla salute mantenendo in vigore norme di natura penale che di fatto hanno agito da barriere al godimento dei diritti riproduttivi”.
La svolta storica per i diritti riproduttivi nel paese arriva con la sentenza C-055 del 2022: si può ricorrere all’IVG fino alla 24ª settimana di gravidanza, indipendentemente dalla causa che spinge ad abortire, in Colombia oggi basta la volontà della donna e della soggettività, a differenza di quanto accade in Italia per cui è necessario giustificarsi attraverso motivi di salute, familiari, sociali o economici (art. 4 legge 194/1978).
Dopo la 24° settimana si può abortire nei tre casi di cui sopra, previsti dalla sentenza del 2006.
Non esistono i giorni di riflessione. Non è obbligatorio passare dalla psicologa, però – come afferma Danna Serrano, attivista e psicologa della rete Plural & Disruptivo – “è nel suo interesse, qualora avesse dubbi, fare una consulenza per assicurarsi realmente che sia una decisione cosciente e che la donna non possa avere ripensamenti futuri.”
In Colombia sono le realtà dal basso ben strutturate a livello di reti sul territorio – come Jacarandas e Profamilia [nome infelice, ma non è quella realtà!]- a supportare le donne nell’accesso alle informazioni, dato che non c’è ancora una legge statale che regoli l’iter per l’aborto, come spiega Dania. Il riferimento normativo è soltanto la sentenza della Corte.
Con riguardo all’obiezione di coscienza, la Corte ha stabilito che l3 professionist3 sanitari3 non possono rifiutarsi di fornire servizi di aborto invocando l’obiezione di coscienza, affermando che ciò costituirebbe una violazione dei diritti delle donne. Tuttavia, l3 medic3 possono avanzare obiezione di coscienza, ma c’è ancora poca esperienza per parlare di percentuali, sono passati solo tre anni.
Ora è una battaglia politica e dei movimenti regolamentarla, lasciando fuori da questo processo decisionale i movimenti ultracattolici e di estrema destra che dal 2006 non hanno mai smesso di esercitare pressioni sul governo.


