“Una donna deve, anche nella maternità, potere accogliere il proprio futuro invece che accettarlo”

Correva l’anno 1972 quando il Collettivo Liberazione Donna denunciava i numeri dell’aborto in Italia e in Sicilia

Dopo un’accurata ricerca di documenti storici all’interno dell’archivio dell’Unione Donne Italiane di Palermo, abbiamo trovato questo manifesto che tratta non solo dei numeri degli aborti clandestini nel panorama nazionale e regionale, ma anche dei numeri delle morti alle quali andavano incontro le donne – in primis le proletarie – costrette a ricorrere a metodi più rudimentali non potendo permettersi di abortire in studi privati, anch’essi clandestini.

Questa preziosa testimonianza, oltre a rappresentare una denuncia nei confronti dello Stato – poiché la materia dell’aborto era ancora regolamentata da una legge repressiva risalente al fascismo – e della Chiesa Cattolica, è una vera e propria chiamata all’azione che rivela una parte di storia di lotte di rivendicazione portate avanti a Palermo dal Collettivo Liberazione Donna che, di lì a qualche anno, avrebbe trovato una conquista politica: sei anni dopo, infatti, sarebbe stata promulgata la legge n. 194 del 1978,  frutto di un compromesso storico, che avrebbe consentito alla donna di ricorrere alla IVG in una struttura pubblica.

Trascriviamo per la prima volta in digitale il testo integrale del documento:

 

“3.000.000 di donne abortiscono ogni anno in Italia.

Nella sola Sicilia su una media di 100.000 nascite all’anno ci sono 50.000 aborti.

20.000 donne muoiono di aborto ogni anno perché costrette a farlo in condizioni pericolose, per colpa della clandestinità alla quale le condanna una legge fascista “per la protezione e la difesa della razza”, mentre tale intervento è tra i più semplici se eseguito sotto controllo medico.

Dietro il paravento della morale, la legge repressiva favorisce la speculazione sull’aborto clandestino.

Sono le donne proletarie che, costrette dalla loro condizione economica o sociale a ricorrere a mezzi rudimentali, rischiano la vita o una dura condanna per non mettere al mondo un figlio indesiderato che non riuscirebbero a mantenere.

 

L’aborto diventa così un privilegio di classe, un intervento semplice per chi si può permettere di spendere dalle centomila lire al mezzo milione, un rischio od un dramma per chi è costretto a ricorrere a fattucchiere, al prezzemolo o al ferro da calza.

 

Perché la propaganda anticoncezionale raggiunga tutti gli strati della popolazione italiana sono necessari più di dieci anni.

 

Pertanto oggi liberalizziamo l’aborto, per ricomporre lo squilibrio esistente tra la situazione legislativa e il reale costume del paese. E contemporaneamente facciamo una propaganda anticoncezionale di massa.

 

La chiesa cattolica che oggi condanna l’aborto come i più moderni metodi anticoncezionali, fatta eccezione per un periodo di tre anni nel corso del sedicesimo secolo, non ha mai considerato l’aborto come un assassinio fino al 1869.

 

Il rispetto per la vita viene strumentalmente proclamato dalla nostra classe dominante che la vita umana costantemente sfrutta nelle fabbriche e nelle città, nelle carceri e negli ospedali, o che per conservare i propri privilegi non esita a scatenare guerre o a provocare milioni di vittime.

Noi paesi socialisti, in Inghilterra, in vari stati degli U.S.A., in Svezia, ecc. vigono già leggi che liberalizzano o regolano l’aborto volontario.

 

Partecipiamo ad un’azione per un progetto di legge di iniziativa popolare per la liberalizzazione dell’aborto.

Sugli aspetti più immediati di questo problema chiediamo che si apra un dibattito.

“Una donna deve, anche nella maternità, potere accogliere il proprio futuro invece che accettarlo”

 

17/3/ ‘72                                                                                                          COLLETTIVO LIBERAZIONE DONNA via De Spuches 54 Palermo

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